di Cecilia Galatolo
Siete al mare e vostro figlio, con la bocca sporca di cioccolato, finisce subito in una storia di Instagram. Poco dopo, vostra figlia sorride fiera accanto a un castello di sabbia e la sua foto in costume fa il giro dei social. Tra i commenti degli amici si leggono solo “Bellissimi!” o “Buon divertimento!”. Sembra non esserci nulla di male. Questa pratica si chiama sharenting: l’abitudine dei genitori di condividere online foto e dati sensibili dei propri figli. Una realtà sempre più diffusa nel mondo digitale che merita una riflessione approfondita.
Improntare al bene il nostro bisogno di socialità
Aristotele definiva l’essere umano un “animale sociale”, naturalmente orientato alla relazione e al dialogo. La nostra identità si costruisce proprio attraverso il legame e la condivisione con gli altri. Tuttavia, nello spazio digitale, queste dinamiche possono alterarsi: la cooperazione cede il passo alla competizione, la gioia per l’altro si trasforma in invidia e il confronto sterile sostituisce la gratitudine.
I social network, nati come finestre di dialogo, rischiano così di diventare vetrine in cui esibire successi e immagini ideali. Sebbene questi potenti strumenti possano essere usati per fare del bene e diffondere contenuti utili, richiedono un costante discernimento sulle reali motivazioni che guidano la nostra comunicazione.
I bambini come trofei
In questo contesto, il rischio maggiore riguarda i minori. Spesso, anche se inconsapevolmente, i figli vengono trasformati in “trofei” per soddisfare il bisogno di visibilità e approvazione degli adulti. Raccontare la gioia della genitorialità, condividere la crescita di un figlio e scambiarsi reciproco sostegno tra famiglie è legittimo e profondo. Il limite viene superato quando il bambino smette di essere una persona da custodire e diventa uno strumento di autoaffermazione per il genitore.
Quando ogni gesto viene documentato e ogni momento trasformato in contenuto, il numero di “mi piace” rischia di diventare la misura del proprio valore personale o del proprio successo educativo.
Domande per un discernimento consapevole
Forse è opportuno allora porsi delle domande, prima di pubblicare qualsiasi foto dei nostri figli sui social. Ad esempio chiedersi:
- sto condividendo questo contenuto per il reale bene di mio figlio o per appagare il mio bisogno di approvazione?
- pubblicherei lo stesso post se sapessi che non riceverà alcuna reazione o “like”?
- mio figlio, una volta adulto, sarà felice di sapere che la sua privacy è stata esposta a centinaia o migliaia di sconosciuti?
Verso una tutela della privacy dei minori
Proteggere l’immagine e l’identità digitale dei più piccoli non significa demonizzare la
tecnologia, ma recuperare uno sguardo attento e protettivo. Ciascun contenuto pubblicato lascia un’impronta digitale permanente. Per questo, il primo passo per una tutela reale comincia proprio dalla responsabilità e dalla sensibilità di noi genitori.
Fonte: Family and Media





