di Cecilia Galatolo

Se la comunicazione ha un ruolo cruciale per la creazione di condizioni di pace o, al contrario, nell’alimentazione di conflitti, non possiamo ignorare che, anche noi, possiamo fare la nostra parte nel semplice quotidiano. Poco dopo essere salito al soglio petrino, Papa Leone XIV ha spiegato che, per costruire la pace, è necessario cambiare anche il linguaggio: “Disarmiamo le parole per disarmare la terra” (Messaggio per le Comunicazioni Sociali, 12 maggio 2025).

Forse crediamo di essere donne o uomini di pace, e, invece, poi ci scopriamo coinvolti in una comunicazione aggressiva e violenta.

Abbiamo parlato a più riprese dell’invidia digitale: le parole intrise di questa negatività sono come veleno per le nostre relazioni. Oggi continuiamo ad approfondire, offrendo sette spunti per iniziare a purificare il nostro linguaggio.

  1. Uccidere metaforicamente: “Per me lui, lei, è morto/morta”

Non abbiamo ucciso nessuno. Non fisicamente. Eppure, forse, dentro di noi lo abbiamo fatto. Quel parente, amico, collega ci ha deluso al punto che non vogliamo più sapere nulla di lui, di lei. E arriviamo a dire frasi dure come: “Per me, lui è morto”. È l’emblema di un linguaggio di guerra che, invece di porre l’accento su come ci sentiamo davanti al male e di cercare una soluzione, mette l’accento sulla condanna che l’altro merita. Come disinnescare? Non dobbiamo far finta che il male non sia mai stato, ma, se vogliamo vincere la tentazione dell’odio, è possibile spostare l’accento dal male che auguriamo, al dolore che proviamo e al bene che auspichiamo. Un linguaggio propositivo aiuta a costruire relazioni diverse. 

  1. Disumanizzare: “Quella non è una persona: è un mostro/animale”

Ci sono persone, da noi conosciute personalmente o meno, che compiono gesti brutali. È sufficiente accendere la tv o aprire un quotidiano per vedere che spesso l’uomo tradisce la sua vocazione all’amore. Il giudizio, allora, è molto facile. “Bestia”, “mostro”, “orco”: sono solo alcuni degli appellativi che ci vengono istintivi e che, a volte, ci sembrano inevitabili. In ognuna di quelle persone, però, resta una promessa di bene, che lo stesso autore dei crimini ignora. Se abbiamo compreso questo, che la persona non è mai il suo peccato, cerchiamo di evitare etichette – per quanto sembrino veritiere – e condanniamo solo le cattive azioni: “Quel gesto è crudele”, “Quell’azione è spietata”: ricorderemo a noi stessi e a chi ci ascolta che il male ci fa schiavi, ci rovina, ma non è la verità definitiva su nessuno. Esiste possibilità di riscatto: iniziamo a crederci noi per primi, anche quando parliamo. 

  1. Non chiamare più l’altro per nome o metterne in dubbio il valore

A volte la rabbia e la disistima ci portano a utilizzare parole di disprezzo verso una persona. Non ci rendiamo conto che, così facendo, la parolaccia definisce e trasforma noi. Ci sporca e ci allontana dal bene a cui siamo chiamati. Definisce noi, non la persona di cui parliamo.

Quante volte, poi, davanti a una persona che ci sembra pigra e poco capace, arriviamo a sentenziare che si tratta di una persona inutile.

Non c’è nulla di più brutto, però, di pensare che qualcuno non serva a nulla: dovremmo ricordare che questa scomoda sensazione è alla base di tanti suicidi. Compito di ognuno di noi è aiutarci a vicenda a scoprire i nostri talenti e gareggiare nello stimarci a vicenda (Rm 12,5-16). 

  1. Usare minacce o maledizioni

Può capitare ovunque: in fila alle poste, al supermercato, in autobus, mentre guidiamo la macchina: piccole o grandi minacce, nonché maledizioni più o meno sentite, possono uscire dalla nostra bocca. Non è solo questione di parole, che poi forse muoiono lì: è questione di come vogliamo abitare le nostre realtà. Persone che imprecano e odiano, anche per piccole cose, si rivelano, nel lungo termine, persone antisociali… 

  1. Negare un saluto: fingere che l’altro non ci sia

Un altro modo per dire a qualcuno che è morto o che non esiste è negare di proposito un saluto. A volte lo facciamo solo per un senso di superiorità, a volte per rancore: in entrambi i casi, stiamo ergendo muri, premessa di ogni guerra, verbale e no. 

  1. Gioire per un insuccesso, sminuire l’altro o i suoi sentimenti (anche alle spalle!)

“Quanto sono contento, contenta, che gli sia successo questo!”: è la gioia per l’insuccesso, per la fatica, per il dolore di un altro. A prescindere da chi sia l’altro, questo atteggiamento innesca guerre. Ci fa schierare apertamente contro la vita di qualcuno.

Capita anche di guardare ai successi dell’altro come se fossero immeritati e di diffondere in giro voci su quanto poco valga quella persona: ciò che ha ottenuto è solo questione di fortuna e non perdiamo occasione di dirlo. Anche questa invidia, espressa in ogni situazione possibile, innesca un clima di guerra. 

  1. Sentirsi superiori; insistere nelle giustificazioni senza mai chiedere scusa

Un altro atteggiamento che innesca un clima negativo è quello di utilizzare i dialoghi e le conversazioni solo per esaltare sé stessi: ogni occasione è buona per riportare su di sé le attenzioni di tutti. Non ci accorgiamo che così facendo mettiamo una distanza invalicabile: noi sopra, tutti gli altri sotto.

La mancanza di umiltà, anche nel nostro modo di comunicare, complica le relazioni: se non siamo capaci di chiedere scusa e ci dilunghiamo soltanto nelle giustificazioni le persone proveranno una grande fatica a crescere nella confidenza con noi. Chiedere scusa è uno dei modi più efficaci per disinnescare una guerra verbale. D’altronde, tutte le guerre nascono dall’assurda pretesa di avere sempre e solo ragione.

Fonte: Family And Media