di Daniele Novara
Il conflitto non è una patologia da estirpare, ma una dimensione inevitabile e vitale delle relazioni umane. Imparare a stare nel disaccordo, senza negarlo né distruggerlo, significa prendersi cura dei legami, della salute e della convivenza democratica
La parola “conflitto” suscita spesso paura perché associata istintivamente alla guerra, alla distruzione, all’aggressività. Questa confusione semantica è tutt’altro che innocua: scambiare il conflitto per una guerra significa negare una parte fondamentale della vita umana. Il conflitto infatti, non nasce per distruggere, ma per segnalare una differenza all’interno di una relazione. È la tensione che emerge quando bisogni, valori o desideri di due o più persone si incontrano senza coincidere, e occorre un confronto. In questo senso rappresenta il segno del riconoscimento dell’altro ed esiste solo in presenza di legame, interesse, partecipazione. Se la guerra cancella il rapporto, il conflitto lo rivela e lo mette alla prova.
Eppure, nella nostra cultura contemporanea le contrarietà sono quasi sempre percepite come minacce da evitare. Fin dall’infanzia, spesso si insegna che discutere è pericoloso, che la rabbia è sbagliata, che le differenze vanno taciute per non “rovinare” la relazione. Cresciamo così privati della possibilità di attraversare il disaccordo. Impariamo a fuggirlo o, al contrario, a esplodere quando non riusciamo più a contenerlo. In entrambi i casi, perdiamo l’occasione di trasformarlo in crescita e, quindi, di dargli un’accezione vitale e positiva. Questa difficoltà diffusa, che ho definito carenza conflittuale, costituisce una delle principali fragilità relazionali del nostro tempo. Non saper stare nel conflitto significa non saper gestire la divergenza, e dunque restare prigionieri di un modello affettivo e sociale che alterna la negazione alla violenza.
Le conseguenze di questa incapacità non sono solo psicologiche o sociali: riguardano la salute nel vero senso della parola. Le ricerche degli ultimi decenni mostrano con chiarezza che lo stress derivato da tensioni non elaborate, da relazioni distruttive o da isolamento ha effetti misurabili sul corpo. Si è osservato, per esempio, che persone sottoposte a stress prolungato per conflitti familiari o lavorativi – latenti o non risolti – mostrano un indebolimento della risposta immunitaria, un aumento dei processi infiammatori e una maggiore incidenza di disturbi psicosomatici. Il corpo, in altre parole, reagisce alla mancanza di strumenti relazionali con un sovraccarico che si trasforma in malessere. La psiconeuroimmunologia ha documentato come emozioni intense e non regolate, per esempio la rabbia repressa o la paura di perdere un legame, influenzino direttamente la biologia. Il corpo “parla” laddove il linguaggio relazionale si è interrotto. Quando non possiamo esprimere, nominare e negoziare le tensioni, queste trovano altre vie per manifestarsi, spesso attraverso il sintomo.
Saper litigare bene non è quindi solo una questione di benessere psicologico o sociale, ma una pratica di salute. Significa riconoscere che le relazioni sane non sono quelle senza tensioni, ma quelle che sanno affrontarle. Una coppia, una famiglia, un gruppo di lavoro, una comunità non diventano più forti eliminando i conflitti, ma imparando a sostarvi dentro senza distruggersi. Vuol dire accettare che la contrarietà è inevitabile, che non esiste relazione senza differenza, e che solo attraverso l’ascolto e la regolazione reciproca si costruisce fiducia. Il benessere individuale e collettivo dipende in larga parte da questa competenza: la capacità di tollerare la frustrazione e di restare in comunicazione anche quando risulta difficile. Nel momento in cui il conflitto viene trasformato in occasione di crescita, la mente e il corpo trovano equilibrio.
Si tratta di un’esperienza faticosa che implica grande dispendio di energie, specialmente nei primi tentativi di gestione. Ma proprio in quella fatica si costruisce una nuova la maturità. Una società che teme il conflitto e tende a evitarlo accumula tensione latente, pronta a esplodere in forme di violenza improvvisa. Al contrario, una comunità che educa alla gestione dei conflitti coltiva anticorpi sociali contro la distruttività. La pace non è la cancellazione del conflitto, ma la sua gestione consapevole. Anche in ambito educativo e genitoriale, i bambini apprendono la competenza conflittuale osservando gli adulti: se questi affrontano le differenze con rispetto, i piccoli imparano che il disaccordo non è pericoloso. Se invece assistono a modelli di evitamento, aggressività o negazione, interiorizzano l’idea che il conflitto è sinonimo di pericolo o di perdita, condizionando la loro capacità futura di gestire i rapporti e di affrontare la vita emotiva senza soccombere.
La stessa logica vale per le organizzazioni e per la vita pubblica. Nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nella politica, la gestione del conflitto è la misura della qualità democratica. Dove il dissenso viene represso o ignorato, si accumula rancore e si perde fiducia; dove viene accolto e canalizzato, cresce la partecipazione e si rafforza il tessuto sociale. Significa introdurre democrazia nelle relazioni, ossia riconoscere pari dignità alle differenze e creare spazi di negoziazione non distruttiva. Poiché malessere e malattie sono stati di disturbo conflittuale, ossia blocchi nel processo di comunicazione interno ed esterno, una tecnica efficace in situazioni di conflittualità è la rinuncia attiva. Una strategia straordinaria usata spontaneamente dai bambini. Si tratta della capacità, durante i litigi, di abbandonare il campo e andare a cercare qualcosa di meglio: «Con te non gioco più, trovo un altro giocattolo e giocherò solo io senza di te». E dopo cinque minuti, specie al nido, sono tornati a giocare assieme.
Questo meccanismo, semplice ma straordinariamente efficace, non si traduce con una resa e può essere applicato anche nelle esperienze adulte. La contrarietà non è una gara: non si tratta di vincere o di perdere. Non si fonda sull’avere ragione, ma sul fare la cosa giusta. Il legame tra salute e conflitto, dunque, attraversa tutti i livelli: biologico, psicologico, relazionale e sociale. Parte dal corpo e arriva alla comunità. Un apprendimento che sviluppa gli anticorpi necessari al saper vivere assieme con sufficiente benessere e sicurezza reciproca. La vera cura non consiste nell’eliminare i conflitti ma nel renderli vivibili sapendoli gestire.
Fonte: Avvenire





