Prof. Rafael Cerqueira Fornasier, Pontifício Instituto João Paulo II para Estudos sobre Matrimonio e Famìlia, Universidade Católica de Salvador, Brazil

Lo scorso aprile, l’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) ha richiamato l’attenzione sull’aumento dei casi di violenza domestica nel mondo a causa della pandemia COVID-19, in particolare contro le donne. In Brasile si registra un aumento della violenza contro gli anziani, oltre all’aumento del tasso di violenza in generale rispetto agli ultimi due anni. Il Direttore generale dell’OMS, il 3 aprile scorso, sottolineando l’aumento della violenza contro le donne, ha suggerito che lo stress e le tensioni legate al confinamento familiare durante il periodo di quarantena, alla perdita del lavoro, alla diminuzione dei contatti con parenti e amici potrebbero essere fattori di rischio. A ciò si aggiunge il fatto che, da un momento all’altro, il ritmo e lo stile di vita familiare sono stati completamente cambiati. Nel caso delle famiglie più povere, di solito quelle latinoamericane con più bambini e che vivono in piccole case e in condizioni precarie, la sfida di gestire e organizzare i rapporti familiari è molto più grande.

Nelle circostanze attuali, la vita familiare rivela chiaramente ciò che la caratterizza strutturalmente, che la segna in modo drammatico, e con cui la società contemporanea deve sempre imparare a confrontarsi: il conflitto.

La società performativa, con il suo eccesso di positività, espressione del filosofo B.-C. Han, che cerca di massimizzare l’efficienza in ogni momento, anche nei rapporti umani, può aver generato l’idea semplicistica di risolvere conflitti e tensioni o di eliminarli aumentando lo spazio privato delle libertà individuali, in cui i legami familiari tendono ovviamente a perdere la loro rilevanza e il loro posto. In questo contesto, la libertà diventa meno relazionale e più autoreferenziale, senza il peso di una laboriosa interazione con l’altro, cosa che fa emergere, tra l’altro, la figura dell’anonimo spettatore sociale, molto curioso della vita degli altri, ma distante da essa.

In realtà la vera libertà nella società e nella famiglia non è e non sarà mai un atto isolato, ma, al contrario, ha bisogno della presenza dell’altro. È una dimensione in cui la relazione non è solo un concetto astratto, ma una realtà vissuta, come topos, luogo o spazio dell’essere in comune, sfidando le parti coinvolte in questo ambito relazionale ad assumerlo fermamente tra due persone come promessa di apertura e crescita degli spazi individuali. Lo spazio (o topos) relazionale della coniugalità, della genitorialità, della filiazione, della fraternità, della società e, possiamo anche dire, quello della religiosità richiede di essere generato, promosso, curato, trasformato e trasmesso e ciò implica, per fortuna o purtroppo – a seconda di come si intende la questione – non poche tensioni e conflitti nel corso della vita.

Il conflitto è spesso percepito e assunto in un’ottica di negatività, forse perché genera un certo fastidio, disagio, una situazione spiacevole e tesa nel soggetto e tra i soggetti, che può portare alla violenza e all’omicidio. In un contesto di alta competitività in cui si vedono solo i suoi effetti distruttivi – un fatto sempre evidente – si può essere portati a un atteggiamento di assenza del necessario confronto alla radice del conflitto stesso e della soluzione del problema in questione.

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