di Luciano Moia

«Urgente uno sforzo culturale per definire una nuova bioetica della paternità. E poi attenzione a sganciare la maternità e la paternità dalla sfera affettivo-relazionale, riducendole a semplici funzioni biologico-riproduttive. Così facendo rischiamo di perdere di vista lo statuto originale della genitorialità». La chiusura dell’anno dedicato a San Giuseppe, figura del padre per eccellenza, offre lo spunto per riflettere sullo “stato di salute” della paternità in Occidente. Ne parliamo con Salvino Leone, docente di filosofia morale e bioetica alla Facoltà Teologica della Sicilia, bioeticista e medico. Ma soprattutto, come lui ci tiene a ricordare, marito, padre e nonno.

Al di là di tutte le considerazioni sull’eclissi culturale del padre e dell’eclissi sostanziale, esito anche del crollo demografico, cosa dovrebbe suggerirci la paternità sofferta e silenziosa dello sposo di Maria?
Credo, innanzitutto, che sia importante recuperare in pieno la figura di Giuseppe come “vero sposo di Maria”. Nella storia della teologia e della pietà popolare abbiamo assistito a due deviazioni. La prima per così dire “spiritualista” per cui si è molto insisto sullo Spirito Santo come sposo di Maria e vero padre di Gesù relegando nell’ombra riduttiva del “padre putativo” la figura di Giuseppe. Questa erronea attribuzione ha fatto sì che Giuseppe sia stato visto come una sorta di presunto padre, di padre creduto tale ma non effettivamente e quindi, in ultima analisi di un non-padre. Al tempo stesso è stata sminuita anche la figura della Spirito Santo, fonte generatrice del Verbo incarnato e di genere femminile in ebraico (rûach) perché il generare, anche da parte di Dio, è azione squisitamente femminile. Accanto a questa cattiva comprensione si pone quella della pietà popolare ancora fortemente presente in tanta iconografia devozionale. Giuseppe vi è raffigurato come un vecchio con la barba e non tanto per l’eco di antiche tradizioni che lo vorrebbero vedovo quanto piuttosto per “giustificare” la sua castità accanto a Maria. E’ molto più comprensibile un anziano che ha spento i suoi…bollori giovanili rispetto a un giovane con l’assunzione di una piena sessualità al cui esercizio è chiamato a rinunziare.

Crede che la particolare paternità di san Giuseppe sia importante per riscoprire la specifica identità dell’essere padre?
Certo, purtroppo sempre più spesso si è padri per un incidente di percorso che, nella migliore delle ipotesi, porta poi a un matrimonio non troppo voluto. Oppure si accetta di essere padri per accontentare la propria compagna. In entrambi i casi ci si “ritrova” ad essere padri, non si sceglie di farlo. Ma nella vicenda di Giuseppe e Maria, come il Vangelo ce la narra, vi sono anche altri valori per l’odierna riscoperta della paternità. Innanzitutto il primato della dimensione affettiva su quella sessuale. Giuseppe accetta la sforzo e l’impegno di una vita vissuta nella piena castità senza rinunziare anzi di certo valorizzando l’amore per Maria. Poi l’ascolto della parola di Dio anche nella sua apparente “irrazionalità” (come era stata irrazionale la richiesta fatta a una padre, cioè Abramo, di sacrificare il suo unico figlio). Poi ancora quel grande “dramma della fiducia” che i toni evangelici in qualche modo edulcorano in locuzioni e visioni angeliche e immediate accettazioni ma che dovrà essere stato un percorso lungo e faticoso nel quale alla fine è vero che Giuseppe si fida della parola di Dio ma si fida anche di quello che gli avrà detto la sua futura sposa.

Non crede che, dopo la stagione del padre-padrone, quella del padre-assente e quella dei “mammo”, sia arrivata l’ora di un approccio simbolico più sereno e meno conflittuale con questa figura?
Sì certo ma questo comporta una più piena comprensione di cosa sia realmente un padre, di cosa significhi essere padre. In questo senso vorrei fare riferimento ad alcune valenze della figura del padre misericordioso, una della parabole più belle del Vangelo ma anche delle più problematiche che mette in crisi certezze e stratificazioni teologiche del passato. Un padre, come sappiamo, che nella raffigurazione iconografica di Rembrandt è anche madre, come peraltro allude il concetto ebraico di misericordia, termine che in ebraico si dice rachamȋm e indica le viscere, incluso l’utero materno che è in grado di dilatarsi, cioè di modificare se stesso, pur di accogliere l’altro. E poi è un padre che butta le braccia al collo del figlio vedendolo arrivare da lontano senza aspettare che sia questi a fare il primo passo, in un perdono senza condizioni (che dovrebbe indurci forse anche a una revisione della dottrina delle indulgenze). Ed è un padre che “rischia” l’amor dell’altro figlio ingelosito per la gioia provata nel ritorno di quello che un tempo si chiamava il “figliuol prodigo”.

E’ d’accordo con chi sostiene che la corretta valutazione del ruolo paterno non si può realizzare se non in una prospettiva di reciprocità e intesa solidale con la figura femminile e materna?
Certamente ma questo chiama in causa una complessa problematica che non possiamo affrontare in questa sede sul ruolo del maschile e del femminile, sulla valorizzazione della reciproca identità e non sul loro appiattimento o sull’indifferenza nei confronti di tale dualismo antropologicamente fondato. Certamente non bisogna confondere il “ruolo” con “l’identità” ma, al tempo stesso, nemo dat quod non habet, non ci si può esprimere paternamente se non si ha un’identità paterna e questa non può annacquarsi o eclissarsi dietro una semplice e irrilevante variante di genere.

La diffusione di prassi come fecondazione eterologa e maternità surrogata rischiano di emarginare ancora di più il ruolo dei padri e contribuiscono ad accrescere la sensazione di irrilevanza di tanti uomini. Non pensa sia arrivato il momento di fissare alcuni punti fermi di una nuova “bioetica della paternità”?
Indubbiamente una “bioetica della paternità” sarebbe quanto mai opportuna ma questa, come dicevo anche nella risposta precedente, non può essere disgiunta da una “bioetica della maternità”. Nel famoso “giudizio di Salomone” il saggio re (e noi con lui) riteniamo che la madre fosse quella che pur di lasciare vivere il bambino rinunzia ad esso. Ma, in un tempo in cui non vi erano test del DNA, nessuno ci dice che lo fosse realmente. Le attribuiamo una statuto di maternità perché da madre si è comportata. Ecco che allora una cultura di forte emarginazione del padre può contribuire a tale eclissi di statuto. Ma ancora una vota tutto dovrebbe svolgersi nel segno della reciprocità. Sono in molti, orami ad “accettare” ordinariamente la prassi della fecondazione enterologia la cui valutazione disvaloriale stenta a farsi strada e ad essere compresa anche dagli uomini che vengono “emarginati” da essa. Maternità e paternità rischiano di essere pure funzioni biologico-riproduttive (come già preconizzato nel “Mondo Nuovo” di A. Huxley) totalmente sganciate dalla sfera affettiva e relazionale.

Nell’emergenza educativa che stiamo vivendo troppi padri oscillano tra il ruolo del “controllore” e quello di “facilitatore” dei desideri dei figli, con il risultato che negli studi degli psicologi crescono le file dei genitori disorientati e confusi. Cosa stiamo sbagliando?
Ancora una volta tutto è riconducibile alla crisi di identità ma anche di autorevolezza. Il padre che lascia la moglie per una ragazza di 20 anni più giovane o che è il primo ad offrire l’erba al figlio che credibilità potrà avere, come potrà incarnare l’archetipo junghiano del sole che dovrebbe appartenergli, quale simbolismo lascerà nell’inconscio dei figli e nella riemersione dei loro sogni?

Parliamo di educazione alla fede. Quali suggerimenti potremmo dare a un giovane padre che vorrebbe accompagnare i figli alla scoperta di Dio, senza ripetere gesti e parole che teme di difficile comprensione per le nuove generazioni digitali?
Come sempre, in primo luogo, l’esempio. Un padre che trascura la fede o la ritiene irrilevante non potrà essere di alcun esempio anche se sarà contento che il figlio sia bravo al Catechismo e faccia la prima comunione. Occorre che un padre (naturalmente un padre che abbia una prospettiva di fede) traduca e trasmetta la simbiosi di fede e vita e non la sua scissione come spesso avviene. Occorre che il concetto di “praticante” sia abbandonato perché non si dà vera fede che non sia anche pratica di fede. E la fede non si pratica solo in chiesa, a scuola o in famiglia. Lo si può fare anche attraverso le nuove tecnologie digitali. Nel drammatico periodo del lockdown non state poche le persone, le famiglie, i “padri” ad avere momenti di fede anche esemplari per l’intera famiglia magari riscoprendo risorse assopite che non sarebbero state altrimenti valorizzate. Come dice un vecchio detto: “Dio scrive dritto anche sulle righe storte”.

Fonte: Avvenire