La Rota Romana sta proponendo, in Italia e all’estero, ai vescovi, e ai presbiteri e laici che si occupano di pastorale familiare, un Corso dal titolo “Matrimonio e famiglia nel cammino sinodale di Papa Francesco”. L’intento di questa iniziativa di formazione itinerante è far conoscere e accogliere il Magistero riformato da Francesco su famiglia e matrimonio, illustrandone i contenuti e la coerente continuità con il magistero precedente.

I principali ambiti toccati dalla riforma sono:

  • il catecumenato matrimoniale sacramentale,
  • la cura pastorale delle famiglie, anche quelle ferite e lontane,
  • il ruolo della coscienza morale,
  • l’attività giudiziale, finalizzata a giungere all’eventuale dichiarazione di nullità matrimoniale, per chi chiede una risposta di verità sulla propria situazione concreta, mantenendo saldo il principio di indissolubilità del matrimonio.

La definizione di catecumenato matrimoniale è coniata da Francesco posteriormente rispetto a Amoris Laetitia, anche se AL ne anticipa le premesse e i fondamenti, estendendone il significato: si tratta di un catecumenato rivolto a coloro che, di fatto, hanno già ricevuto i sacramenti, ma sono bisognosi di recuperarne il senso profondo, attraverso un accompagnamento ante e post consensum.
Qual è l’intento ecclesiale che il Papa desidera perseguire con il catecumenato matrimoniale permanente?

  • Restituire agli sposi la consapevolezza della loro dignità e riqualificarne il ruolo nella Chiesa
  • Prevenire i fallimenti matrimoniali e i casi di nullità futuri
  • Salvare la famiglia cristiana, in senso stretto: la salvezza delle anime è il fine ultimo dell’agire della Chiesa

Come si colloca la realtà del catecumenato matrimoniale nel pensiero ecclesiale di Francesco?
Il pontificato di Francesco si è caratterizzato da subito, fin dalla scelta del suo nome, per la centralità dei poveri e nell’espressione di povertà evangelica, nella quale sono compresi anche tutti i cristiani che vivono nella sofferenza il loro matrimonio o hanno fallito nel loro progetto di vita matrimoniale. Questi membri della Chiesa sono poveri della consapevolezza del dono sacramentale o della grazia sacramentale e, in diversi casi, sono tali perché si percepiscono come allontanati, ignorati, o scartati dal Corpo ecclesiale.

Richiamiamo brevemente i principi su cui poggia la riforma matrimoniale:

  1. La Chiesa per tutti deve essere quell’ospedale da campo dove devono poter convergere – senza attese o rinvii – tutte le istanze, anche giuridiche.
  2. Bisogna guardarsi dal giuridicismo, da quella rigidità normativa che esclude la carità e si dimentica del fine ultimo di ogni operato e azione della Chiesa, che è sempre la salvezza delle anime.
  3. Il diritto non può mai prevalere sulla teologia, non può essere espressione di potere, ma essere semmai espressione di una norma che tende a interpretare una legge duplice: quella superiore, divina, e quella morale, della coscienza.
  4. La necessaria competenza giuridica e teologica, che aiuta a chiarire la verità della situazione della persona, non deve mai perdere di vista il fatto che il servizio alla giustizia è una parte essenziale della missione pastorale della Chiesa, che cerca sempre il bene delle persone. Per questo motivo il processo giudiziale deve sempre essere animato dalla carità pastorale verso le anime che, come pecore ferite, vanno guarite con la misericordia e la consolazione.
    Ascoltare, studiare e discernere, dunque, perché “dietro ogni foglio c’è un volto con il suo dolore, i suoi desideri di bene e le sue speranze”.
  5. Siamo chiamati ad aiutare le coppie a prender coscienza della permanente dimensione vocazionale e sacramentale del patto nuziale, che sovrasta la dimensione giuridica e contrattualistica.
  6. La Chiesa è chiamata da Dio a ricercare e vivere costantemente e fattivamente la comunione, come sua realtà costitutiva, perciò i vescovi sono chiamati a guardare a Francesco, e i parroci al loro vescovo: ciò edifica i fedeli, che sono chiamati a sostenerli con la preghiera e agire in comunione tra loro e con i presbiteri. “Ogni divisione e contrapposizione è frutto dell’azione del maligno”. Quanto alla comunione, gli sposi ne danno testimonianza con la vita.
  7. Agli sposi va restituita la dimensione verticale del loro rapporto: la fede, come forza e luce per il cammino (anzitutto come kèrigma, piuttosto che come insieme di dogmi, precetti e divieti).

All’udienza magisteriale del corso tenuto a Roma, a San Giovanni in Laterano a fine settembre 2019, Papa Francesco ha affermato:

Tante volte la radice ultima delle problematiche, che vengono alla luce dopo la celebrazione del sacramento nuziale, è da ricercare non solo in una immaturità nascosta e remota esplosa improvvisamente, ma soprattutto nella debolezza della fede cristiana e nel mancato accompagnamento ecclesiale, nella solitudine in cui vengono lasciati di solito i neo-coniugi dopo la celebrazione delle nozze.
Soltanto messi di fronte alla quotidianità della vita insieme, che chiama gli sposi a crescere in un cammino di donazione e di sacrificio, alcuni si rendono conto di non aver compreso pienamente quello che andavano ad iniziare. E si scoprono inadeguati, specialmente se si confrontano con la portata e il valore del matrimonio cristiano, con i risvolti concreti connessi all’indissolubilità del vincolo, con l’apertura a trasmettere il dono della vita e alla fedeltà.
Per questo ribadisco la necessità di un catecumenato permanente per il Sacramento del matrimonio”, come cammino di fede, di vita degli sposi nella Chiesa e nella società, di conoscenza del mistero di Cristo e della Chiesa. Scopo è quello di far percepire la dimensione permanente del Sacramento, che con la grazia dello Spirito Santo realizza il bene massimo, la bellezza dell’amore coniugale e familiare.
“Nei percorsi di preparazione al matrimonio è indispensabile riprendere la catechesi dell’iniziazione cristiana alla fede (kèrigma), i cui contenuti non vanno dati per scontati o come se fossero già acquisiti dai fidanzati. Il più delle volte, invece, il messaggio cristiano è tutto da riscoprire per chi è rimasto fermo a qualche nozione elementare del catechismo della prima Comunione e, se va bene, della Cresima.
La maggiore efficacia della cura pastorale si realizza dove l’accompagnamento non termina con la celebrazione delle nozze, ma “scorta” almeno i primi anni di vita coniugale. Mediante colloqui con la coppia singola e momenti comunitari, si tratta di aiutare i giovani sposi ad acquisire gli strumenti e i supporti per vivere la loro vocazione.

Per Francesco la fede è, dunque, una delle colonne che devono sostenere e far vivere il catecumenato matrimoniale, perché la mancanza di fede è un ostacolo alla grazia di Dio. “Molti battezzati vivono come se Dio non esistesse: si ripetono gesti e segni della fede, ma ad essi non corrisponde una reale adesione alla persona di Gesù e al suo Vangelo”. Ci limitiamo a celebrare, senza vivere la liturgia, a parlare di Dio, senza manifestarlo con la vita.

E c’è un possibile impedimento a questo processo, che può provenire dall’interno della Chiesa: la pretesa di difendere fede e tradizione imprigionando la libertà dello Spirito; l’atteggiamento di chi proclama una Chiesa dell’efficienza piuttosto che dello Spirito spegne il mistero. L’attuale deserto della fede è anche frutto di questi atteggiamenti di fondo. Ecco allora l’importanza di tornare alla fede degli inizi, dei primi cristiani, che si affidavano allo Spirto Santo, e venivano da esso guidati. Gesù lo ha promesso: “Avrete forza dallo Spirito Santo che scenderà su di voi e mi sarete testimoni a Gerusalemme… e fino ai confini della terra” (Mc 16,15).

La Rota Romana ha indicato alcune proposte, per avviare prassi virtuose di catecumenato matrimoniale.
• Il sogno di Francesco è permettere allo Spirito di suscitare, come agli inizi, la nascita di nuove chiese domestiche, cenacoli di sposi cristiani, attori dello Spirito Santo nella trasmissione della fede, attraverso l’accoglienza, la testimonianza di vita vissuta nell’amore. Cenacoli sempre gioiosamente aperti, disposti ad aggiungere un posto a tavola, ove non si esprimono giudizi, ma si offre misericordia. “La Chiesa non si può concepire come un rigido circolo di perfetti, ma semmai come casa per e di tutti i poveri, amati e perdonati da Cristo, anch’esso povero, nudo e in Croce”.

• Agli sposi, il catecumenato permanente chiede di essere e rivelarsi uniti in Cristo Gesù, sull’esempio di Aquila e Priscilla. Oggi più di allora, gli sposi possono avere un ruolo significativo nella Chiesa, nell’essere testimoni di vita evangelica, nel condividere con i presbiteri la quotidianità e la sollecitudine evangelica, diventando esempi ordinari di comunione nella comunità, in particolare per i nubendi e per quanti vivono lontani dalla fede.

• Poiché il catecumenato permanente si concretizza in un percorso di esperienza umana, fatto di passi e momenti progressivi, si suggerisce agli sposi di tenere un diario della vita familiare (memoria sacramentale), in cui fissarne le tappe più significative, le gioie, le fatiche superate, i traguardi raggiunti, le feste…. Questo diario costituirebbe una testimonianza del cammino dei coniugi a beneficio dei loro figli e nipoti: la trasmissione della grazia dello Spirito operata nella famiglia, strumento di trasmissione della fede.

• Il catecumenato permanente, oltre a una preparazione remota (dopo la Cresima, sulla funzione della famiglia, della parrocchia e della scuola), prevede una preparazione prossima (pastorale del fidanzamento) e una immediata (esame dei fidanzati, o processicolo, svolto dal parroco o da un diacono, in cui verificare se incoraggiare, sconsigliare o non ammettere al matrimonio), posteriore (accompagnamento dei primi anni di vita insieme, per aiutare ad affrontare la quotidianità, in particolare le situazioni di sofferenza e le dinamiche relazionali che richiedono il perdono).

Ulteriori aspetti della Riforma matrimoniale

Ecclesiologia di comunione

La Chiesa mai può rinunciare a proporre il matrimonio con i suoi elementi essenziali: indissolubilità, sacramentalità, bene dei coniugi, ma al contempo non può esigere dai suoi figli la perfezione, perché essa è Madre, consapevole che tutti i suoi figli sono peccatori. Non può che agire quindi a partire dalla carità teologale, e la sua giustizia non può mai comprimere la carità, perché si pone come primari obiettivi la cura e salus animarum appunto.
“La Chiesa non è anzitutto organizzazione giuridica, ma Corpo mistico di Cristo, dove il dominio è della Parola e dei Sacramenti, mentre la norma giuridica ha un ruolo necessario, sì, ma di servizio”.
I Sacramenti, in quanto segno efficace del dono, della carità divina, non possono tradursi in fonte di emarginazione e condanna (EG). In questo senso, il diritto canonico realizza la funzione di essere di ausilio alla carità teologica. E la carità teologica implica oggi una riflessione illuminata sul contesto umano e culturale in cui si è formata e si forma l’intenzione matrimoniale.
“La parrocchia è il luogo per antonomasia della comunione e della salus animarum, quello in cui attuare un vero catecumenato dei futuri nubendi che includa tutte le tappe del cammino sacramentale: la preparazione al matrimonio, la sua celebrazione, gli anni immediatamente successivi”.
La preparazione al matrimonio non è una formalità giuridica ma un autentico servizio alle anime.

Il sacerdote nel cuore di Francesco

Francesco chiede ai sacerdoti, prima ancora che l’obbedienza alla norma, la conversione del cuore. “Il nostro prete… non si scandalizza per le fragilità che scuotono l’animo umano: consapevole di essere lui stesso un paralitico guarito, è distante dalla freddezza del rigorista, come pure dalla superficialità di chi vuole mostrarsi accondiscendente a buon mercato. […] Non è un burocrate o un anonimo funzionario dell’istituzione; non è consacrato a un ruolo impiegatizio né mosso dai criteri dell’efficienza”.
Il parroco è uomo di Dio, adora e incarna Cristo servo e povero e oggi è chiamato, assieme ai diaconi permanenti, ad essere attivo nella cura delle anime, prima e dopo il matrimonio.
Anche se i due Motu proprio di Francesco, per le coppie che chiedono il riconoscimento della nullità del loro matrimonio, non prevedono più il tentativo obbligatorio del giudice della reconciliatio, i parroci sono chiamati a svolgere un ruolo giuridico-pastorale che esprima accoglienza, incarnazione, consiglio e mediazione in vista di un eventuale processo di nullità breviore o ordinario, e ad accompagnare con sollecitudine pastorale la coppia, anche dopo la sentenza pro nullitate o pro vinculo.

Il Vescovo Sacramento

Nell’ecclesiologia di Francesco il Vescovo è mistagogo, giudice dei suoi fedeli, medico delle anime. Egli è segno sacramentale che supera il diritto anche se lo postula come veste. I vicari giudiziali sono suoi ausiliari, suoi strumenti: Maestro resta il Vescovo in virtù della sua sacramentalità.
I due Motu proprio, Mitis Iudex Dominus Iesus e Mitis et Misericors Iesus, hanno ristabilito l’esercizio della centralità del Vescovo rispetto al servizio della giustizia.

La riforma del processo matrimoniale

Questa riforma, avviata con i due Motu proprio sopra citati, intende rispondere alla condizione dell’uomo contemporaneo, mettendo al centro i poveri, ovvero i divorziati e risposati tenuti o considerati lontani.
La mens di Francesco, così solennemente manifestata, preclude la possibilità di interpretarne liberamente o di disattenderne i contenuti e chiede di porre in stretta dipendenza diritto e teologia. Il Papa, qui Legislatore, punta il focus sui vescovi -giudici, chiamati a esercitare personalmente la potestas iudicandi (attraverso il processo breviore) e a guardare con misericordia il grande numero di infelici che potrebbero ottenere la dichiarazione di nullità per evidente assenza di fede – intesa come “elemento che diminuisce la conoscenza e la volontà libera di esprimere il consenso sacramentale” – offrendo la possibilità, ove vi siano le condizioni, per un nuovo matrimonio canonico.
A questo proposito, il papa ha esortato chi accompagna i nubendi, e soprattutto chi redige il processicolo, ad aiutarli a riflettere sull’essenzialità dell’elemento della fede e a scoraggiare o rimandare le nozze cristiane, laddove se ne colga una pressoché totale assenza.

Per Francesco la lontananza dalla fede è propria dello “stolto” descritto nella Bibbia: quanto più si allontana dalla prospettiva di fede, tanto più l’uomo si espone al rischio del fallimento.
Una prima novità della riforma prevede che i due processi (breviore e ordinario) siano solo giudiziali, escludendo la procedura amministrativa (dispensa pontificia, prevista solo in caso di matrimonio rato e non consumato).

Il processo breviore

Il processo breviore corrisponde ai principi di prossimità e brevità (1 settimana, massimo 1 un mese), oltre che di misericordia. Esso prevede che l’istanza sia indirizzata al vescovo diocesano, che sia da lui condotta, sempre coadiuvato dal Vicario giudiziale o da altro istruttore, anche laico, dall’assessore e sempre presente il difensore del vincolo. Il processo deve chiudersi in un’unica sessione (massimo 2), e richiede come condizioni imprescindibili:

  1. L’assoluta evidenza dei fatti comprovanti la nullità,
  2. Il consenso dei due sposi;
  3. La piena certezza morale.

Le sue fasi sono: introduzione della causa al vescovo (petizione/libello con prove incontrovertibili; con decreto che contiene la formula del dubbio, la nomina dell’istruttore e dell’assessore, la citazione delle parti e dei testimoni, convocazione della sessione istruttoria con prove già presentate); istruzione della causa (le parti possono assistere); discussione (con eventuali difese e difensore del vincolo); decisione (esame degli atti, consultazione con istruttore e assessore, osservazioni del difensore, discernimento su certezza morale). Sentenza positiva o rimando al processo ordinario.

Il processo ordinario

Dal 2015 non è più richiesta la doppia sentenza di nullità del matrimonio (né tanto meno l’appello automatico del difensore del vincolo, già abolito nel 1983). Se nessuno si appella, la prima sentenza è definitiva. Si ribadisce il principio di gratuità delle procedure, come espressione dell’amore gratuito di Cristo.
Le fasi del processo ordinario sono: introduttiva (presentazione del libello al vicario giudiziale); istruttoria (raccolta delle prove sulla verità dei fatti: dichiarazioni delle parti, confessione giudiziale e stragiudiziale, prova documentale, testimoniale e periziale, presunzioni); discussoria (presentazione delle difese degli avvocati); decisoria (il giudice valuta atti e prove).
È contra legem passare dal processo ordinario a quello breviore, giacchè quest’ultimo ha natura costitutiva.