Non è affatto scontato che la dura esperienza della pandemia da Coronavirus ci faccia cambiare perché “cambiare costa”. Tuttavia “è da stolti” mantenere “stili di vita irresponsabili ed egoisti” e continuare a correre “in una lotta frenetica contro il tempo, in un mondo segnato dall’eccesso”. Preferibile “accogliere l’idea del mistero o di una dimensione non del tutto gestibile dall’uomo”. Parla p. Amedeo Cencini, psicologo e psicoterapeuta, membro del Servizio nazionale per la tutela dei minori della Cei

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Padre Cencini, la pandemia ha certamente rappresentato una crisi, una cesura rispetto alla vita e al modo di pensare di prima.

Sì, è una cesura, ma non illudiamoci. Molte volte abbiamo detto dopo particolari eventi, catastrofi naturali, crisi sociali: “Nulla sarà come prima”, ma poi siamo riusciti a tornare allo stato e allo stile di vita precedenti, ovvero a pensare (o illuderci) di cambiare tutto perché tutto resti come prima. Non è facile cambiare, ci costa cambiare, anche di fronte all’evidenza della necessità di farlo. Dunque non diamolo per scontato. Dovrà passare un certo tempo; soprattutto dovremo capire come singoli e come comunità che non abbiamo alcun interesse a tornare a una certa cosiddetta normalità, perché proprio quella normalità è un problema; e convincerci che, ad esempio, è da stolti continuare con certi stili di vita irresponsabili ed egoisti; che non possiamo continuare a correre e correre (ma verso dove?), in una lotta frenetica contro il tempo, in un mondo segnato dall’eccesso, ove tutto è troppo veloce e rumoroso; e che è saggio esser disposti ad accogliere l’idea del mistero o d’una dimensione comunque non del tutto gestibile dall’uomo.

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La reclusione in casa – convivenza forzata e a volte faticosa – che cosa ci ha invece fatto riscoprire? Che lezione ci dà per il “dopo”?

Qui la lezione è stata più semplice o meno sorprendente, almeno all’apparenza, poiché abbiamo vissuto qualcosa che sapevamo già, la fatica della relazione, specie quelle più abituali o con chi ci è più vicino. Ma ci ha pure fatto capire, al di là dei luoghi comuni, che una relazione per continuare nel tempo deve passare attraverso dei passaggi fondamentali: il rispetto dell’altro in quanto altro e diverso da me, oltre ogni tentativo di omologazione, l’amore basato sull’accoglienza incondizionata e non interessata dell’altro, la scoperta del mistero del tu, che è sempre oltre e più di quel che io penso d’aver capito di lui, e – per un credente – la scoperta del Mistero nell’altro, che è sempre mediazione della presenza di Dio. In tal senso, e con la chiusura delle chiese, molte famiglie cristiane hanno riscoperto il valore e la sacralità della famiglia come luogo persino liturgico, come tempio sacro, come chiesa domestica.

Un termine molto usato – e abusato – in queste settimane è “resilienza”. In che modo ci può aiutare?

In tempi come i nostri che non sono certamente tempi eroici o di grandi sfide e passioni, o in cui sembra smarrita la possibilità di fare scelte “per sempre”, “resistendo”, siamo stati bruscamente provocati a interrogarci sul nostro modo di affrontare le inevitabili difficoltà della vita (specie quelle relazionali). Non basta, infatti, resistere e rimanere. C’è chi lo fa, e non viene meno alla parola data o al contratto stipulato (compreso quello coniugale), ma senza farsi cambiare o convertire dalla crisi che sta attraversando, semplicemente si ripete o si ricicla, magari ricordando con nostalgia l’amore d’un tempo. Sarebbe il perseverante. C’è invece chi vive le fatiche del rapporto come stimolo a cambiare, a cercare e trovare un nuovo modo di amare l’altro, perché la vita e l’amore sono fatti di stagioni, e a trovare nuove motivazioni per decidere di stare accanto alla persona che ha scelto: costui è colui che è fedele. E la fedeltà è sempre creativa. Questa è la vera resilienza.

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Con che spirito, allora, affrontare la “fase 2” sapendo che non sarà più come prima?

Mostrando d’aver capito almeno un po’ la lezione perché davvero la realtà cambi e non continui tutto come prima. Ad esempio imparando a esser uomo di speranza, non del sospetto; uomo che vive con responsabilità le relazioni, grato per quel che riceve, e consapevole di quanto può dare; in pace con sé, con gli altri, con la natura, con Dio; attento all’altro perché nessuno soffra solo o con la sensazione di soffrire invano; aperto al mistero, della vita e della morte, di sé e dell’altro, dell’amore e del dolore. Anche di questo dolore.

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