Hikikomori, fuga dalla realtà

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Cresce il fenomeno degli adolescenti che si isolano volontariamente nelle loro stanze. L’allarme degli psicologi: si abbassa l’età media. La Dad? Un detonatore.

Il termine rimbalzava in rete e sui giornali già da alcuni anni. Psicologi e psicoterapeuti iniziavano a riconoscere i contorni specifici del fenomeno in crescita fra i giovani, a distinguerlo da altre patologie. Perfino il mondo della scuola muoveva i primi passi nella valutazione del problema. Poi è arrivata la pandemia, e qualcuno ha detto «siamo diventati tutti hikikomori», come sinonimo di ‘chiusi nelle nostre case’. Una sovrapposizione arbitraria che ha però avuto il merito di far balzare finalmente alla luce la categoria. Gli hikikomori sono improvvisamente diventati ‘famosi’, proprio loro che vogliono vivere appartati da tutto e da tutti, quasi nascosti. Ma c’è differenza fra il distanziamento sociale obbligatorio a cui ciascuno si è dovuto adeguare nei vari lockdown, e l’isolamento volontario nello spazio ristretto di casa, o della propria stanza. La sofferenza psicologica patita a causa delle restrizioni, l’essere soli, è altra cosa dal sentirsi soli , sempre, «anche quando si esce tra la gente». La solitudine cioè di chi sceglie di ‘stare in disparte’, che è il significato letterale del termine giapponese in uso anche in Italia, come in altri Paesi, per indicare le persone, giovani soprattutto, che si ritirano dalla vita sociale e relazionale rinchiudendosi nei casi più gravi nella propria camera da letto, spesso rifiutando contatti diretti perfino con genitori e fratelli.

Lunghi periodi vissuti così, che possono diventare anni, tra fasi alterne e dinamiche, in cui l’isolamento da occasionale o reiterato può diventare totale e sfociare in psicopatologie: ansia, disturbi dell’umore o disturbi psichiatrici. In Italia, in assenza di una ricerca ufficiale, si stima una presenza fra 100mila e 150mila hikikomori (in Giappone sono 2 milioni). Non sembrano numeri da capogiro, ma vanno considerate anche le ripercussioni sui familiari che sperimentano la sofferenza di avere un figlio o un fratello chiuso in se stesso: genitori disperati non tanto perché temono che il figlio possa perdere l’anno scolastico o non finire gli studi, ma perché vedono messo a repentaglio il suo intero progetto di vita. I primi casi in Italia risalgono agli anni ’80, quando ancora non si aveva percezione del fenomeno: ecco perché ci sono anche hikikomori fra i 40 e i 60 anni. Ma per lo più si tratta di adolescenti, ragazzi fra i 15 anni (l’età media di esordio) e i 25 anni, quasi sempre maschi (fra il 70 e il 90%), in molti casi già vittime di bullismo.

«L’età d’insorgenza si sta abbassando », è l’allarme dell’associazione Hikikomori Italia, che raccoglie famiglie, gruppi di mutuo aiuto, e che ha visto aumentare le richieste di aiuto dopo il lockdown. Ma cos’è successo con la chiusura per Covid e perché è stata un punto di svolta? Lo riassume Chiara Illiano, psicologa e psicoterapeuta, coordinatrice dell’area psicologica dell’associazione per il Lazio: «In alcuni casi c’è stato un miglioramento delle persone che erano in autoisolamento da tanto tempo: ora il mondo intero viveva come loro! Hanno percepito una diminuita pressione sociale e ne hanno riportato un certo miglioramento. Ma abbiamo purtroppo registrato casi di chi non aveva ancora ceduto all’isolamento, lo ha sperimentato cogliendovi una forma di sollievo, e vi si è rifugiato. Da qui l’incremento dei casi segnalati».

Continua a leggere l’articolo di Annalisa Guglielmino su Avvenire